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Ecco larticolo della discordia: The Olive Oil Seems Fine. Whether It's Italian Is the Issue (Lolio doliva sembra buono. La questione è se sia italiano), il pezzo del New York Times che polemizza sulla vera origine del presunto famoso olio italiano, sulla sua autenticità e sulla sua qualità. Niente di nuovo allorizzonte, insomma. E infatti ormai parecchio tempo che i produttori italiani, seri e coscienziosi, si battono affinchè ci sia piena trasparenza nel settore. E quello che viene denunciato dal quotidiano americano è purtroppo un fenomeno ben conosciuto qui da noi, contro cui ancora non si è trovata la soluzione radicale che riesca ad avere la meglio sugli interessi ecomomici e commerciali.
Nellincipit dellarticolo, si legge così: Per svelare i segreti dei famosi oli doliva italiani che vengono esportati dalla famosa campagna italiana, è deleterio andare direttamente alla fonte. Nessuna uliveta infinita, amabilmente curata come se fosse una vecchia amica; piuttosto unantiestetica auto-botte che trasporta olio di oliva straniero. Il giornalista Clifford J.Levy continua quindi raccontando come un noto esportatore italiano di olio di oliva possa vendere il suo prodotto facendolo passare per olio italiano pur utilizzando miscele di oli stranieri sul cui totale solo il 20% è veramente olio italiano. Colpa delle leggi e dei regolamenti che lo permettono, sia in Europa, sia negli Stati Uniti! (Il testo integrale, in inglese, si può trovare con una ricerca su Google inserendo le parole chiave new york times massarosa oil).
Come ricorda Nicola Ruggiero, presidente dellUnaprol, i produttori italiani iniziarono a battersi fin dal 1996 proprio per una maggiore trasparenza sullorigine e la composizione degli olii commercializzati. Ma gli interessi economici ebbero la meglio, visto che la UE nel 1998 ratificava il regolamento CE 2815 relativo alle norme commerciali dellolio di oliva, secondo cui lindicazione dellorigine era o facoltativa o faceva riferimento al luogo della trasformazione delle olive. Tale regolamento, fortunatamente, non è più in vigore ed i produttori europei si devono attenere ora al 1019/2002, che seppur non ha reso ancora obbligatoria lorigine in etichetta sta contribuendo alla risoluzione delle scappatoie truffaldine. Intanto lorigine è riferita al luogo di produzione delle olive e non a quello di trasformazione e lindicazione di olio italiano (così come olio spagnolo, olio francese, ecc.) è subordinata allutilizzo, nelle miscele, di almeno il 75% di prodotto italiano.
Non dimentichiamoci poi le norme europee sulle denominazioni dorigine DOP e IGP: grazie a tali marchi il consumatore è sicuro di avere un olio extravergine, italiano, di una specifica area geografica regionale o comunale, prodotto da determinate varietà di olive.
Ma si sa, paese che vai usanze che trovi. E gli Stati Uniti in fatto di tutela del consumatore, e quindi di controlli sulla filiera ed indicazioni in etichetta, hanno molte più lacune di noi: bastino, per tutti, gli esempi dellassenza della data di scadenza dei prodotti e la mancanza di norme statunitensi sulletichettatura dei prodotti OGM. Sul sito della Food and Drug Administration (il nostro Ministero delle Politiche Agricole) dedicato alla normativa sulletichettatura (www.cfsan.fda.gov/label.html) vengono accuratamente indicati tutti gli obblighi sulle informazioni nutrizionali ma non si richiedono indicazioni sulla tracciabilità. Oltreoceano, DOP e IGP sono vere sconosciute!
Tutte le truffe vanno smascherate e su questo non ci sono dubbi! Ma fa specie che un giornale come il New York Times ed il proverbiale modo di fare giornalismo americano, non abbiamo tenuto conto quindi anche dellaltra faccia della medaglia. Per quanto riguarda il mercato statunitense - come ci si può tranquillamente far confermare dai responsabili commerciali delle aziende olivicole - lesportatore italiano di olio di oliva non è tenuto ad indicare nelletichetta lorigine delle olive. Allamministrazione USA, secondo il nuovo Bioterrorism Act 2002, interessa che letichetta sia naturalmente scritta in inglese, che il prodotto abbia il codice a barre EAN con i dati commerciali dellazienda e del prezzo, che lesportatore si accrediti negli Stati Uniti presso un responsabile attraverso cui poter essere rintracciato ma non interessa sapere cosa è successo prima dellimbottigliamento. Ecco quindi che casi come quello denunciato dal New York Times vengono legittimati dalle stesse norme USA.
Ancora, i compratori statunitensi delle grandi catene di distribuzione tirano sui prezzi bassi e le multinazionali in grado di farlo imbottigliano direttamente negli Stati Uniti miscele di oli, evidentemente diversi, scrivendo in etichetta ciò che meglio può attirare e convincere il consumatore allacquisto.
Tutto ciò si ritorce, purtroppo ancora una volta, sullimmagine nazionale di questo nostro prodotto tipico e basta un caso di mala fede commerciale per dire che tutto lOlio italiano non si merita la fama di qualità. Permettetemi quindi un dubbio personale: a chi giova tutto ciò?
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