Anno 4 n. 67 - 18 Marzo 2004

LA CONGIURA DELLE ETICHETTE
Carenze e ritardi delle normative

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Provenienza
in etichetta
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Ancora una volta torniamo ad occuparci della situazione normativa sull’etichettatura.

Ancora una volta dobbiamo tornare a denunciare una inspiegabile lentezza nella crescita e nell’evoluzione delle regole che rischia di allungare sul legislatore quasi un’ombra, come una sorta di pastoia che porta inesorabilmente all’impossibilità di decidere.

Adesso lo scontro sull’indicazione di origine si allarga. Nel momento in cui sembrava essere maturata una situazione complessiva favorevole all’introduzione dell’obbligo di indicazione d’origine della materia prima per tutti i prodotti alimentari (quindi non solo per frutta, verdura, carne e uova) si è scatenata la polemica sulla provenienza.

Se non fosse bastata la confusione precedente, adesso si alza pure il polverone sulla proposta di introdurre il Made in Europa con tutte le interpretazioni più bislacche e fantasiose che si possono immaginare.

Il nuovo marchio, preconizza qualcuno, metterà in secondo piano il ben più prestigioso Made in Italy. Per contro si ribatte che in tempi di globalizzazione il richiamo e l’immagine del Vecchio Continente rimangono pur sempre una garanzia inattaccabile.

Il guaio è che queste diatribe spostano l’attenzione dai problemi veri a quelli falsi. In altre e molto più semplici parole, a me (che faccio parte di quel 78% della popolazione secondo la quale un’etichetta dovrebbe riportare sempre l’origine della componente agricola) interesserebbe sapere cosa c’è dentro la bottiglia di Extra Vergine che trovo al supermercato a 3 euro.

Dove finisce tutto l’olio che importiamo dalla Spagna, dalla Turchia, dalla Grecia, dalla Tunisia?

Perché al consumatore non viene garantito il diritto di una scelta consapevole?

Camilla Francisci




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