|
|
Ancora una volta torniamo ad occuparci della situazione normativa sulletichettatura.
Ancora una volta dobbiamo tornare a denunciare una inspiegabile lentezza nella crescita e nellevoluzione delle regole che rischia di allungare sul legislatore quasi unombra, come una sorta di pastoia che porta inesorabilmente allimpossibilità di decidere.
Adesso lo scontro sullindicazione di origine si allarga. Nel momento in cui sembrava essere maturata una situazione complessiva favorevole allintroduzione dellobbligo di indicazione dorigine della materia prima per tutti i prodotti alimentari (quindi non solo per frutta, verdura, carne e uova) si è scatenata la polemica sulla provenienza.
Se non fosse bastata la confusione precedente, adesso si alza pure il polverone sulla proposta di introdurre il Made in Europa con tutte le interpretazioni più bislacche e fantasiose che si possono immaginare.
Il nuovo marchio, preconizza qualcuno, metterà in secondo piano il ben più prestigioso Made in Italy. Per contro si ribatte che in tempi di globalizzazione il richiamo e limmagine del Vecchio Continente rimangono pur sempre una garanzia inattaccabile.
Il guaio è che queste diatribe spostano lattenzione dai problemi veri a quelli falsi. In altre e molto più semplici parole, a me (che faccio parte di quel 78% della popolazione secondo la quale unetichetta dovrebbe riportare sempre lorigine della componente agricola) interesserebbe sapere cosa cè dentro la bottiglia di Extra Vergine che trovo al supermercato a 3 euro.
Dove finisce tutto lolio che importiamo dalla Spagna, dalla Turchia, dalla Grecia, dalla Tunisia?
Perché al consumatore non viene garantito il diritto di una scelta consapevole?
|