Anno 4 n. 73 - 10 Giugno 2004

L’AUSTRALIA CI ACCUSA
Il caso dell’olio lampante marocchino trasformato in olio di oliva italiano

L'Australia
ci accusa
Il caso dell’olio
lampante
marocchino
trasformato
in olio di oliva
italiano
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Se dagli Stati Uniti rimbalzano le notizie del finto olio italiano, dall’Australia ne arriva una sull’accusa di dumping alle esportazioni europee di olio di oliva, in particolare quello italiano, spagnolo e greco. Lo rende noto la radio ABC, spiegando che l’indagine si è chiusa positivamente con la constatazione del reato seppur per quantità minime di prodotto, senza che ciò abbia avuto alcun effetto negativo sul mercato locale australiano e sui produttori australiani.

Il dumping, nello specifico, può essere spiegato come concorrenza sleale, per cui un determinato prodotto d’esportazione viene venduto ad un prezzo al di sotto del costo di produzione e quindi del prezzo di mercato. Ciò causa delle ripercussioni sul mercato locale che sono tanto più gravi quanto più povera è l’economia del paese dove si esporta. Nell’ipotesi estrema i produttori locali, nel caso non possano usufruire degli aiuti come i produttori dei paesi ricchi (aiuti alla produzione o sussidi alle esportazioni), non riescono a vendere la loro merce e sono costretti ad abbassare i prezzi andando in perdita.

Non è il caso dell’Australia dove però i produttori di olio d’oliva sono preoccupati di salvaguardare il loro comparto che si sta rivelando sempre più competitivo - a detta degli esperti, soprattutto sul piano della qualità.

Al di là dell’accusa, il fatto più grave riguarda la reazione dei consumatori australiani. Le analisi hanno infatti rilevato che l’olio in questione è in realtà olio lampante marocchino, siriano e libanese, raffinato successivamente in Italia, in Spagna ed anche in Grecia per renderlo olio di oliva, attraverso tagli con altre qualità di prodotto. Le maggiori organizzazioni dei consumatori non hanno tardato a mettere in evidenza il fatto che il lampante è un olio non commestibile e che ciò che arriva sulle loro tavole non è affatto l’olio dichiarato dall’etichetta.

Per quanto possano difendersi gli importatori australiani e gli esportatori europei, notizie di questo genere lasciano sempre una pessima impressione: che diventa peggiore, se così si può dire, quando non si fa nulla per cambiare le cose.




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