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Proseguiamo virtualmente il discorso di questo Speciale e immaginiamo quale potrebbe essere la risposta italiana agli scandali esteri del falso olio doliva Made in Italy. Non ci sarà difficile dimostrare che tutta la rappresentanza produttiva si schiera contro queste male-pratiche, conosciute, mal sopportate ma evidentemente difficili da sradicare: praticamente in ogni numero passato di Oleoteca i protagonisti hanno ribadito la necessità di regole ferree e di condanne esemplari.
Solo pochi giorni fa, Nicola Ruggiero, presidente dellUnaprol, ha definito lItalia la vetrina dei gioielli delle produzioni agroalimentari mondiali, un patrimonio da tutelare salvaguardando e rafforzando non solo i sistemi produttivi ma soprattutto il rapporto di lealtà con i consumatori di tutto il mondo. Naturalmente Ruggiero dice che la qualità non può certo essere solo italiana, perciò per difendere il Made in Italy bisogna evitare che, sotto questo ombrello, continuino a coesistere e proliferare realtà che con il Made in Italy nulla hanno a che fare.
Elia Fiorillo, presidente dellUnasco, è molto chiaro nelle sue dichiarazioni. Quello di cui parlano il New York Times, la NZPA neozelandese o la radio australiana ABC, è una realtà che le organizzazioni dei produttori da tempo denunciano. Viene confezionato olio non italiano mettendo unetichetta di una nostra contrada. Poi vai a vedere dentro la bottiglia e lolio non è italiano. Se gli industriali hanno la necessità di mettere limmagine del nostro paese sulle
bottiglie vuol dire che vende. Ma non si devono lamentare se poi il New York Times fà lindagine e risulta che la lingua parlata dalla bottiglia dolio non è litaliano.
Coldiretti, con la sua raccolta di firme per uniniziativa di legge popolare sulletichettatura, ci ha ricordato che non occorre attendere le mosse dei politici per proporre un testo normativo. Occorrono almeno 50mila firme. Se è vero che in Italia ci sono circa 1 milione di olivicoltori non dovrebbe essere difficile realizzare una concreta proposta.

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